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Una NoProfit erediterà l'impero di Giorgio Armani. Grande "ReGiorgio"!



È di questi giorni la notizia. Giorgio Armani, uno degli stilisti più stimati in Italia e nel mondo, ha preso una decisione shock: lasciare il suo impero in eredità ad una fondazione ente no profit.

In realtà questa pratica, che in Italia suona come rivoluzionaria, è molto diffusa nei paesi del nord Europa, dove dei veri e propri colossi del profit risultano controllati da fondazioni no profit: Ikea, Carlsberg, Bosch, Rolex e molte altre. Si, hai capito bene: la Rolex, quella degli orologi di lusso! E' la verità e stai sicuramente pensando: deve essere una "gabola" per non pagare le tasse! In realtà non è necessariamente così.
Nel caso di Armani c’è senza dubbio un vantaggio economico legato all'assenza della tassa di successione per lasciare agli eredi il gruppo, ma pensiamo davvero che uno con i soldi di Armani basi la sua scelta su questo elemento, soprattutto considerando che questo avverrà a seguito della sua morte?
No. La verità sembra essere un’altra: scelgo la fondazione come proprietaria dell’azienda profit, perché in questo modo sono sicuro che gli utili saranno reinvestiti nell’azienda o donati in beneficenza. In questo modo evito che i diversi eredi proprietari del gruppo si scannino tra loro, pensando ad arricchire le loro tasche a scapito dell’azienda che finirebbe per essere prosciugata.
Si sa, morto il fondatore gli eredi non fanno altro che sperperare il patrimonio costruito in anni di duro lavoro. Detto ciò, la decisione di Armani ci da un elemento su cui riflettere: il profit vede nelle caratteristiche del no profit la possibilità di mettere al riparo per i decenni successivi il successo dell’azienda.
Ora la domanda è: se lo ha capito Armani che si occupa di altro, chi gestisce associazioni e organizzazioni no profit sa quali incredibili potenzialità ha in mano? Perché Armani ha scelto di lasciare in eredità il suo gruppo ad un ente no profit proprio per via della caratteristica principale del no profit. L'impossibilità di dividere gli utili tra i soci.

Nel frattempo ancora decine di migliaia di dirigenti di associazione no profit sono lì a frustarsi perché hanno fatto un minimo di utile a fine anno e non hanno chiuso in pareggio, terrorizzati dall’idea di fare soldi con l’associazione.
Certo, c’è un dibattito aperto su queste nuove pratiche in Italia, ma la domanda resta una e una sola: è possibile che siano le aziende profit a comprendere le potenzialità degli enti no profit, prima che lo capiscano gli enti no profit stessi?
Ricorda sempre: il problema non è fare soldi, ma quale utilizzo ne fai. Punto.

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